Dal libro Sulle orme di mio padre. Di Cruz Rios

     Mi sembra fosse il 2 o il 3 di marzo quando iniziò la seconda offensiva. La seconda offensiva era la destinazione principale e l'obiettivo più importante della divisione.

Questa volta fu il nostro battaglione a dover sferrare il primo attacco, poiché durante quello del Belvedere eravamo rimasti in riserva. Lo scopo era liberare le aree sul il lato opposto del monte, verso il Malandrone, Cimon della Piella che si trovava tra il Monte Terminale, nel territorio di Jola di Montese, e Pietra Colora. Quella zona era diventata linea del fronte dopo che la cima del Monte Belvedere fu conquistata dalle nostre truppe ma tutta la zona sottostante  rimase in mano ai tedeschi. Ancora una volta fu scelto il nostro battaglione per attaccare; l’85° reggimento si trovava alla nostra sinistra e l’86° alla nostra destra, mentre l’87° era al centro.

Il piano prevedeva che attaccassimo per primi. Ci fermammo quella sera in località Malandrone. C’era una piccola strada sul lato destro del Monte Belvedere, in quella piccola valle, se così si può chiamare. Veniva chiamato fiumiciattolo ma io lo definirei piuttosto un fosso. Il ponte che portava dall’altra parte era stato distrutto, i carri armati non erano in grado di proseguire e i genieri stavano cercando di costruire un ponte che i tedeschi continuavano a buttare giù a colpi di artiglieria.

C’erano anche i Brasiliani e mi ricordai che la notte precedente dovevano essere veramente felici perché delle loro postazioni facevano un grande baccano come dei bambini. Pensai che quei ragazzi non erano stati addestrati a dovere, erano venuti lì come se passassero da una festa all’altra. Facevano tutti i tipi di rumori. I tedeschi li avrebbero prima o poi sentiti.

Noi procedevamo con cautela. Fu piuttosto dura salire fin lassù. Ormai il sole stava calando per lasciare spazio al buio. Riuscivo a vedere il delinearsi dell’artiglieria pronta ad entrare in azione. Secondo il piano il primo a prendere posizione doveva essere il nostro battaglione, mentre gli altri due sarebbero andati all’attacco passando attraverso le nostre  linee. Le cose, tuttavia, andarono diversamente. L’attacco fu posticipato di tre giorni che furono una vera batosta per noi tutti! L’artiglieria tedesca sparò continuamente ogni giorno per tre giorni consecutivi. Era un fuoco veramente intenso e perdemmo diversi uomini. Ero dispiaciuto per coloro che erano obbligati a uscire dai loro ripari per controllare le linee o portare messaggi. A volte eravamo costretti ad evacuare le trincee per non essere colpiti a morte dai colpi diretti dell’artiglieria e dei mortai. Perdemmo molti uomini e molti furono feriti in quell’attacco. Fu un vero inferno per gli uomini del  3° battaglione, un vero e proprio inferno! Non so quanti uomini morirono e c’erano anche tanti feriti.

In quella zona il territorio era fatto di montagnole o colline, grandi e piccole. Le case erano fatte di roccia e cemento ed erano come piccole fortezze. I tedeschi si appostavano e  combattevano dentro e dietro ad esse e quando le attaccavamo ricevevamo un forte fuoco di difesa. Quando dovevamo prendere una collina o una casa chiedevamo il supporto dell’artiglieria che, a volte, non era efficace per cui dovevamo uscire allo scoperto con mitragliatrici, fucili per sbarazzarci del nemico e ucciderlo. A volte eravamo costretti a ritirarci.

Ci appostammo con mitragliatrici e mortai sotto una cresta sul lato destro del Malandrone. Prima dell’appostamento il nostro sergente ci disse “ E’ meglio che tu e Fred vi separiate perché qualsiasi cosa succeda non voglio perdere tutti e due i miei mitraglieri” . Era una giusta decisione. Fred era capo mitragliere poiché era in servizio da più tempo; ci eravamo incontrati a Fort Ord. Nella sua trincea fu affiancato da un altro compagno di origine polacca che non era in servizio da molto tempo. Prese il mio posto per caricare il mortaio. Quando i tedeschi cominciarono a sparare con i mortai, colpirono proprio loro che saltarono letteralmente in aria. Fred fu ucciso e il suo compagno, Pinkie, ferito gravemente. Anche il sergente della squadra mortai fu ferito. Furono portati in ospedale, dove rimasero fino alla fine della guerra. Da allora mi trasformai in sergente di nome ma non di fatto, non ricevetti alcun grado ma semplicemente guidavo la squadra. Cosa che feci fino a guerra terminata.

Solo pochi metri da dove ero io a quella porta alla fine della casa. Quanti saranno stati? 15? Sicuramente meno di 20. Diciamo 10-15 metri. Ma se quei proiettili ti colpiscono,  ti uccidono o ti feriscono spaventosamente, non c’è scampo. I pezzi di metallo dei proiettili shrapnel ti arrivano addosso spinti da una forza spaventosa. Anche il compagno alla mitragliatrice fu colpito. Ricordo il tutto come se fosse ora. Poi un carro armato avanzò e cominciò a sparare all'edificio, e così avemmo la meglio e potemmo avanzare fino ad oltrepassare il Malandrone e dirigerci verso est, per andare a liberare alcune zone ancora occupate dal nemico. L’85° reggimento ci avrebbe seguito alla nostra destra per poi attaccare un altro monte...Cimon della Piella davanti a noi, poi dietro un altro ancora …. Tanti monti uno dopo l’altro il cui nome non ricordo più.

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Crediti

        Link all'accreditamento dell'Associazione discendenti della 10a Divisione da Montagna                     

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