Storia di dolore e di angoscia.

Tratto dal libro "Bologna è libera" pubblicato nel 1965

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Reder, Unno del  XXsecolo

     Estate 1944.  Superata Roma, la VIII e la V Armata continuano ad avanzare lentamente verso Nord premendo con il loro peso massiccio contro l'esercito nazista in ritirata. Allo stato maggiore hitleriano non resta ormai che la speranza di attestarsi sulla “Linea Gotica“. Ma il generale Kesselring teme che le brigate partigiane annidate sulle pendici dell'Appennino tosco-emiliano possano intralciare i movimenti della Wehrmacht e predispone un rastrellamento a lungo raggio nelle zone adiacenti alla famosa linea di difesa. L'operazione è affidata alla 16Divisione corazzata. Il 16° Battaglione di SS dovrà costituire il perno più saldo di quella macchina da saccheggio e da strage.

Il comandante di questo reparto, il maggiore Reder, non ancora ventinovenne, offre agli stati maggiori la sicura garanzia di eseguire ogni ordine con cieca disciplina, di compiere ogni nefandezza senza turbarsi, come si addice a un vero rappresentante della “razza eletta“. Il maggiore è una tipica creatura del regime, cresciuto sotto il segno della svastica, permeato di nazismo sino all'ultima fibra. Figlio di un industriale austriaco fallito, oppresso dalle angustie di una casa che aveva perso l’antica prosperità, dal tedio della vita provinciale in quella Austria ormai spenta, smaniosodi avventure e di grandezza, egli fu presto attratto dalla farneticante magniloquenza di Hitler che nella vicina Baviera aveva cominciato ad accendere nel cuore dei suoi compatrioti il sogno della rivincita e della costruzione di un impero millenario. Ancora adolescente, Reder si votò a quella causa. A diciotto anni il suo nome era già sui registri della polizia austriaca tra quelli di altri giovinastri sospettati di aver partecipato all'assassinio di Dolfuss. Nel 1934, a diciannove anni, entrava a Berlino nell'accademia delle SS in cui Hitler addestrava i giovani destinati ad accedere agli alti gradi della sua milizia. Lì termigli studi e conseguì il grado di sotto tenente. Allo scoppio della guerra l'ex studente scapestrato, l'attentatore dilettante era gun professionista qualificatissimo di quelle famigerate SS che seminarono il terrore in tutta l'Europa, e fu immediatamente inviato in zona d'operazione. In un'azione perdette la mano sinistra e mezzo avambraccio ma non volle rinunciare al servizio e alla carriera. Appena uscito dall'ospedale tornò in linea. La guerra lo affascinava, lo inebriava. Quando il vino gli accendeva per un istante quel suo gelido sangue, non indugiava negli approcci, non si perdeva in corteggiamenti: le donne le comprava oppure se le procacciava, come il cibo, come l'alcool, come l'alloggio, come ogni altra cosa che servisse alla sua vita di barbaro, con la pistola alla mano, secondo la tradizione delle SS. Egli è, insomma, un esemplare di quella sottospecie di uomini prodotti in serie dal fascismo hitleriano per le guerre di conquista e di rapina: freddo, insensibile, fanatico, pieno di retorica militarista e di ottusa alterigia, educato alla crudeltà e all'odio di razza, capace di predisporre l'incendio di un paese o di organizzare una fucilazione in massa di ostaggi con la stessa calma, con la stessa scrupolosa meticolosità che un ragioniere impiega nella cura della partita doppia.

La sera dell’11 agosto 1944, dunque, il maggiore Reder si trovava a Pietrasanta, tra i colli e la marina della Versilia, allorché il comando della 16a divisione corazzata gli trasmise l'ordine di aprire le ostilità contro i “banditi“. Nella bella villa Barsanti ove aveva sede il comando del battaglione, il maggiore - « il monco », come lo chiamavano qui - aveva trascorso con il tenente Kremer, con il tenente Wagner e gli altri suoi subalterni, piacevoli mesi di riposo tra un corteggio di collaborazionisti, di sgualdrinelle, di spie che partecipavano assiduamente ai suoi balli e ai suoi banchetti. Quell'ordine mise fine alla parentesi di ozio e restituì l’ufficiale alla sua vocazione di carnefice. Dal giardino della serena villa versiliese ha inizio così la tragica marcia di quell'orda di assassini il cui itinerario sarà segnato, metro dopo metro, dal sangue di migliaia di innocenti, prima di perdersi nei vortici della bufera che in tre giorni trasformò l'acrocoro di Marzabotto in uno sconfinato cimitero.

Il primo obbiettivo dell' ”operazione di polizia” è il paese di Sant'Anna, indicato sulle carte del comandi germanici come un nido di partigiani. Di partigiani, sul monte, non si trovano neppure le orme e perciò è un gioco per Reder attaccare il paese di sorpresa e passare per le armi i suoi tre o quattrocento abitanti dopo averne incendiato le povere abitazioni. Per tutta la mattina del 12 agosto i contadini dei colli circostanti odono l'eco delle raffiche di mitraglia evedono salire verso il cielo neri pennacchi fumo senza potersi rendere conto esattamente di ciò che stava accadendo.

Nessuno il mattino aveva assistito alla partenza del battaglione che, forse, aveva lasciato Pietrasanta durante la notte passando da Capezzano guidato dalla moglie di un avvocato repubblichino. Ma molti, verso le due del pomeriggio videro i soldati mentre scendevano cantando a Valdicastello ( “sporchi di sangue fino al gomitodirà la vecchia Albina Mancini) preceduti da una squadra di suonatori di fisarmonica che accompagnavano il coro dei commilitoni.

A Valdicastello il reparto sosterà solo pochi minuti: il tempo necessario per uccidere il parroco con una pistolettata attraverso una finestrina e per fucilare 14 giovani sul greto del rio Baccatone, a quattro passi dalla idillica casetta dove nacque Giosuè Carducci.

Il 16 Reder si rimette in marcia verso i colli Apuani.

Il 19 è a Bardine dove qualche giorno prima i partigiani erano riusciti a disperdere una mandria di buoi razziati da altri reparti tedeschi. Per rappresaglia il comando fa trasportare con due autocarri sul luogo ove era stata compiuta l'azione partigiana 53 giovani rastrellati a Lucca e a Pisa (i quali, convinti di essere avviati al lavoro, cantano lungo la strada facendo festosi segni di saluto ai contadini ) e li affida a Reder. ll " monco " li fa legare ad uno ad uno per il collo con del filo spinato ad altrettanti paletti di un recinto, lascia che i suoi soldati tentino di strangolarli poi dà ordine di finirli a colpi di pistola, abbandonandoli appesi ai pali come sacchi di cenci.

Compiuta l'impresa, mentre gli aguzzini del suo battaglione continuano la caccia all'uomo nei dintorni si reca con gli altri ufficiali dipendenti a San Terenzio nell'osteria di Olgeri e ordina un abbondante pranzo scegliendo con cura le vivande migliori. Durante il banchetto giunge nell'osteria una staffetta con un messaggio per il maggiore. Reder lo legge frettolosamente lo firma e lo restituisce al portaordini che si allontana quasi correndo verso Valla. Dieci minuti dopo in quella località 107 innocenti -in maggioranza donne e bambini - giacevano sotto un pergolato trapassati da centinaia di colpi di mitragliatrici. Tra i cadaveri v'erano quelli della moglie [e] dei cinque figli dell'oste Olgeri.

Una sola persona sopravvisse alla strage di Valla: Clara Cecchini, una bimba di otto anni. Sette anni dopo, nel corso del sopraluogo compiuto nella zona dalla corte militare che giudicò Reder, la Cecchini, cresciuta a stento con il terrore di quella giornata aggrumato per sempre nella memoria, raccontò con un filo di voce:I tedeschi vennero a prenderci a casa verso mezzogiorno mentre stavamo per metterci a tavola, ci fecero attraversare dei campi e ci rinchiusero nella piccola cucina di questa casetta insieme a molta altra gente. Là dentro faceva molto caldo ma nessuno pensava al caldo tanta era la paura. Sentendoci gridare, i tedeschi ci dissero di stare tranquilli perché dovevano solo farci una fotografia. Verso l'una ci hanno fatto uscire e ci hanno messo in riga sotto il pergolato con la faccia verso le montagne. Davanti a noi, a cinque o sei metri di distanza, c'erano alcuni soldati in piedi vicino a delle cose coperte con dei teli grigi e noi pensammo che quelle fossero le macchine foto­grafiche. Restammo lì una ventina di minuti, finché quello che comandava fece un cenno con la mano. I soldati tolsero immediatamente quei teli grigi e vedemmo che sotto c'erano delle mitragliatrici. Cominciarono a sparare e non capii più nulla. Io ero tra la mamma il babbo e i miei due fratellini e cademmo quasi tutti insieme. Dopo qualche minuto riaprii gli occhi mentre un soldato stava passando tra i caduti per vedere se qualcuno respirava ancora. Istintivamente chiusi gli occhi e trattenni il respiro.Così il soldato passò e non si accorse che io ero ancora viva. Però ero stata ferita a un braccio e sentivo molto male.

Quando i soldati andarono via mi rialzai e siccome sentivo una gran sete entrai nella cucina per bere un mestolo d'acqua. " Gli altri erano tutti morti e da sola non sapevo dove andare, non sapevo che cosa fare. Allora mi sono sdraiata a terra tra la mamma e i miei fratellini per dormire con loro. La notte, due uomini che passavano da Valla per vedere che cosa era accaduto, si sono accorti che ero ancora viva e mi hanno portata via con loro».

Da SanTerenzio la banda degli assassini punta verso nord e il 24 agosto giunge in vista di Vinca. Reder spera di catturare qualche partigiano ma, ancora una volta, la sua caccia è infruttuosa. Così decide di misurare il suo valore in un assalto contro le popolazioni inermi. Circonda il paese, (fa piazzare le mitragliatrici pesanti e i  mortai e apre il fuoco a casaccio contro le abitazioni dei civili. Quindi parte all'assalto e fa trucidare tutti coloro che gli capitano sottomano. La sera quasi duecento cadaveri resteranno tra la polvere e le macerie sulle orme del battaglione maledetto. Un certo Parisi che essendo malato di polmonite doppia non poté lasciare il letto, venne bruciato vivo nella sua camera. La stessa sorte toccò ad un'altra vecchina paralitica. L'agente di P.S.Colonnato - che allora lavorava con laTodtnei dintorni - tornando la sera a Vinca riconobbe tra i cadaveri quello di tale Alfierina incinta da sette mesi, a cui uno degli aguzzini di Reder aveva aperto il ventre con un coltello per estrarle la creaturina a cui era stata schiacciata la testa con un colpo di stivale.

Il 25il monco” investe Montescano, il 26 Monzone Gragnola. E’ poi lavolta di Bergiola dove vengono assassinati duecento civili inermi sepolti in una fossa comune sulle rive del fiume Frigido. I morti si aggiungono ai morti, le macerie alle macerie mentregli incendi continueranno a lampeggiare sinistramente di valle in valle portando un acre odore di morte fin nei casolari più sperduti.

In ogni paese, in ogni villaggio, investito dalla furia di questi tecnici della distruzione totale vi è un superstite che conserva, sovrapposto al terrificante panorama delle rovine, il ricordo dell'ombra nefanda del “monco”. Ovunque ci fu una strage, qualcuno ha visto il pallido ufficiale con il braccio mozzato, passare tra le rovine come uno spettro.

E fu ancora “il monco” a guidare il battaglione attraverso i calanchi di Marzabotto fino alle porte di Bologna. Per quasi un mese egli aveva bivaccato coi suoi uomini tra i monti dell'Appennino per catturare gli inafferrabili partigiani. Le sue azioni si erano concluse con altrettanti insuccessi militari. Ma avrebbe trovato ben lui l'occasione per sfogare il suo livore contro i piccoli italiani cenciosi “.

Il 26 settembre alcuni reparti tedeschi furono chiamati a dar man forte a una brigata nera battuta dai garibaldini della “Stella Rossanella valle del Setta e nella valle del Reno. Appoggiando il violentissimo attacco con mezzi corazzati con mortai pesanti e persino con un treno blindato, i nazisti riuscirono a incunearsi nello schieramento partigiano dividendo la “Stella Rossa” in due tronconi costretti a ripiegare su Monte Sole e su Monte Caprara sotto il martellare incessante dei grossi calibri della Wehrmacht. Mentre gli agguerriti reggimenti tedeschi conducono la battaglia contro la brigala partigiana -che in quei giorni perderà il suo valorosissimo comandante, il leggendario “Lupodecorato di medaglia d'oro - nel cervello di Reder germina il proposito della vendetta indiscriminata per piegare le coraggiose popolazioni montanare, investendo contemporaneamente le donne, i bambini, gli sfollati che si allontanavano dai luoghi del combattimento per cercare un rifugio più tranquillo nei villaggi circostanti. La stessa mattina del 29, lascia che gli altri reparti dell'esercito continuino l'azione contro le compagnie partigiane, e punta col suo battaglione verso Marzabotto per dar l'avvio a quel massacro che dovrà superare in proporzioni e in efferatezza tutti iprecedenti.



GUIDO NOZZOLI

Da: Emilia, Bologna, a. VII, n.2, febbraio 1955)

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Crediti

        Link all'accreditamento dell'Associazione discendenti della 10a Divisione da Montagna