Memorie di guerra. 29 marzo 1944 - 10 maggio 1945


Memorie di guerra (29 Marzo 1944 – 10 Maggio 1945)
Autore: Monteguti Franco
Nato il 05-03-1925, Borgo Panigale (Bologna)




Divisione “Littorio” R.S.I.

2° Reggimento

1°Battaglione

1°Compagnia

1°Plotone

1°Squadra



Capitano Negri (Bologna)

Capitano Dicastro (Napoli)

Tenente Tessaro

Mütter Bella Gamba

Sergente Mantica


Siamo nel 1944, ho da poco compiuto 19 anni, sono tempi duri per l’Italia, la guerra iniziata il 14 Giugno 1940 si protrae portando lutti, rovine e le previsioni sono poche rosee per noi italiani. Da pochi mesi nell’Italia del Nord è stata proclamata la “Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.)” nuovo stato legale riconosciuto dalla Germania e dal Giappone.
La classe del 1925 alla quale appartengo è stata chiamata alle armi e, da buon cittadino italiano, mi presento al distretto militare di Bologna.
È il giorno 29 Marzo 1944, per alcuni giorni sono rimasto nella caserma del III° artiglieria a Bologna.
Il giorno 8 Aprile 1944 tramite un tram ci hanno portato alla stazione ferroviaria; durante il tragitto ho consegnato al conducente del tram un biglietto scritto personalmente pregandolo di consegnarlo a mio padre, pure lui dipendente nella azienda Tramviaria A.T.M.B., dove lo informavo che sarei partito per destinazione ignota. Salii su un treno diretto al Nord che, per puro caso, transitò sulla linea ferroviaria che lambisce il caseggiato dove eravamo sfollati (Lavino di Mezzo) e, ironia del destino, per un istante vidi i miei genitori nel cortile. B
è provate a pensare il mio stato d’animo in quel momento.
Arrivato a Novara, in una caserma del Regio Esercito, mi diedero l’incarico di curare la fureria. Se ben ricordo il mio compito era: fare l’appello, dare il numero dei presenti alla cucina per il rancio del giorno dopo, fare firmare i permessi di libera uscita e altro. Un giorno, mi dimenticai di adempiere a quest’ultimo incarico e alla sera, nell’entrare in camerata per dormire, evitai con un po’ di fortuna un “gavettino”.
Il giorno dopo 22 Aprile 1944, mi diedero un permesso di quattro giorni per recarmi a casa. Il viaggio da Novara a Bologna fu un po’ avventuroso, i mezzi di trasporto a quel tempo erano quasi inesistenti. Ricordo che fui fortunato, con il permesso dei due macchinisti salii con loro su una locomotiva a vapore, tanto che alla notte li aiutavo ad alimentare la caldaia. Fu un rischio, perché di notte le locomotive erano un facile bersaglio per gli aerei nemici. Con gioia dei miei genitori rimasi con loro tre giorni.
Il giorno 26 Aprile 1944 ripartii per Novara.
Manco a farlo apposta il giorno dopo 27 Aprile 1944 si ripartì per la Germania. Del viaggio ho un vago ricordo, transitai da Milano, Brescia, Trento, Bolzano, Brennero, Innsbrück, Monaco, Norimberga, Fulda, Kassel Paderbon, dove fummo accolti da un bombardamento aereo, poi a piedi, con una marcia estenuante, raggiunsi “Nord-Lagher” (Augustdorf) nella selva di Teutoburgo Westfalia. Questa marcia di trasferimento, al “Lager” fu oltremodo lunga, circa 23 Km, e pure dolorosa in quanto non eravamo allenati, faceva caldo e a causa dello zaino affardellato. Fu una cosa penosa, non si arrivava mai. Ricordo che il militare tedesco che ci guidava diceva “noch zwei kilometro” e altre volte, poche, “funf minuten pausen” e ci si lasciava cadere pesantemente a terra. La strada dopo il nostro passaggio era disseminata di pacchi di spaghetti, pane e altri generi alimentari da noi abbandonati come zavorra. Quante volte abbiamo rimpianto questi forzati abbandoni. Arrivati al “lager”, ci lasciarono un giorno di riposo, ne avevamo bisogno, poi, organizzati, iniziammo l’addestramento che così si svolgeva: sveglia ore 06.30, una volta inquadrati ci recavamo in una “Sper-Zone” (zona sbarrata) adibita ai soli militari interdetta ai civili e per circa quatto ore si eseguivano esercizi militari come difesa personale per combattimento ravvicinato, ci si buttava a terra in piena corsa con l’armamentario individuale, scavavamo buche di protezione con la paletta che avevamo in dotazione e altro ancora.
Il 9 Maggio 1944 dopo una marcia di alcuni chilometri giungemmo sul colle dove era stato eretto il monumento ad “Arminio” eroe germanico che, nell’anno 9 D.C., dopo aver attirato nella selva di “Teutoburgo” con l’inganno le tre legioni comandate da “Quintillio Varo” le distrusse. Questa disfatta romana segnò una svolta nella storia di Roma la quale rinunciò alla conquista completa della Germania e si limitò di segnare i “lines” alla sinistra del Reno e alla destra del Danubio evitando così di inoltrarsi nel cuore della Germania. Qualche anno dopo, “ Germanico” su ordine di Tiberio, con una manovra aggirante arrivò fino al fiume “Elba”, vinse i germani e riportò a Roma le insegne perdute da “Varo”. Poi su ordine di Tiberio, consigliato da Ottaviano Augusto, poco prima della sua morte fece ritirare Germanico oltre il Reno. Questo monumento sorge su di un colle nelle vicinanze di “Hiddesen” ed è visibile da molti chilometri di distanza. “Arminio”, con la spada alzata e l’aquila romana sotto i piedi, è alto 54 metri compreso il piedistallo. Il Capitano Dicastro il quale ci comandava, dietro mia domanda, rispose che questo monumento è segno di debolezza, mette in troppa evidenza una delle poche vittorie germaniche riportate su Roma.
Intanto l’addestramento proseguiva in un clima avverso, pioggia, vento gelido, freddo pungente, e a volte neve. La leggenda dice: “il giorno che Dio creò Sennelanger si alzò di malumore e creò una landa desolata che gli abitanti del luogo chiamarono “campo di fango”. Durante uno dei tanti giorni di addestramento, accadde un episodio che mai dimenticherò, un soldato del mio plotone che non eseguiva nei dovuti modi l’esercizio di buttarsi a terra in piena corsa con l’armamento individuale, venne notato da un ufficiale tedesco, un generale il quale ispezionava il lager, questi si fermò, si tolse il cappotto con i risvolti rosso vivo e apparve nella magnifica divisa di servizio, si buttò a terra per ben due volte spiegano al nostro esterrefatto soldato la giusta tecnica, si rialzò alquanto infangato, ci salutò e se ne andò. Rimanemmo stupiti, meravigliati da un simile esempio, ancora oggi sono orgoglioso di aver ricevuto un addestramento da soldati di tale levatura.
Un giorno dei tanti ci recammo al poligono per prendere confidenza col fucile che ci avevano dato in dotazione, il “Mauser K98”. Ricordo che da 150 metri sui 5 colpi di un caricatore feci 3 centri, mi segnalarono al comando e fui inviato con altri militari ad “Elsenborn” (Eifel) nel Belgio per frequentare un corso di “tiratore scelto”. Partii il giorno 28 Giugno 1944 alle 5.25 (ho attinto tutto dal diario scritto allora) con poco entusiasmo, lasciavo i miei camerati, ma il dispiacere più grande era che per molto tempo non avrei ricevuto notizie da casa; esattamente due mesi dopo avrei varcato il confine Italo-Austriaco. Nel viaggio in treno attraversai le seguenti città: Paderborn, Hagen, Wuppertal, Colonia (la colonia agrippinense dei romani) dove nacque Caio Cesare (Caligola) figlio di Germanico, Acquisgrana e finalmente Elsenborn. Dette città erano un cumolo di macerie, una visione apocalittica, uno spettacolo terrificante, i pochi muri che esistevano ai lati delle strade sembravano spettri. A Colonia, l’imponente cattedrale in stile gotico, si ergeva maestoso, quasi intatta, su uno squallido panorama di distruzione e di morte. Ricordo che il treno attraversò la città di Aachen, tutto quanto descritto era ben visibile.
Sul treno che mi portava a destinazione incontrai un prigioniero russo, avrà avuto 17 anni, mi guardò con due occhi spenti; morale… gli diedi la mia razione di pane integrale “brot”, i suoi occhi si illuminarono e mi balbettò qualche parola che non capii. Gli risposi “italiaski”. Povero ragazzo, spero sia riuscito a ritornare a casa sua.
Il periodo trascorso ad Elsenborn fu tranquillo si sparava solo. Mi diedero un fucile “Mauser K98” corredato di cannocchiale, molto preciso con reticolo per mirino. Ogni mattina si andava al poligono si sparava su sagome nascoste nella boscaglia, a volte si andava su grandi abeti da dove si dovevano individuare sagome nel settore che ci veniva affidato e colpirle. Eravamo circa 20 soldati tra italiani e tedeschi comandati da un sottoufficiale tedesco forse Altoatesino perché conosceva la lingua italiana. Dopo un mese tornai a “Nordlager”, ritrovai i miei amici ma non la posta, l’avevano spedita ad “Elsenborn”. Trovai un pacco per me arrivato il giorno stesso della mia partenza per “l’Eifel”, questo pacco era stato aperto temendo vi fossero cibi deteriorabili però era al completo, non era stato asportato nulla, allora il cameratismo era anche quello.
Rimasi a nord lagher ancora per un mese, poi si sparse la voce che finalmente saremmo rientrati in Italia, non sembrava vero!
Il primo settembre 1944 partii all’alba, solo un giorno e mezzo di viaggio tra una Germania desolata,” squallida, dal clima rigido, triste da abitarsi e da vedersi”. Arrivammo a Feldstetten Baden-Wurtemberg a 21 kilometri da Hunzingem nelle vicinanze di Ulm .
Durante il viaggio attraversammo le città di Kassel, Fuld, Noriberga, Stoccarda e Blaubeured. Poi a piedi per circa 21 kilometri sotto ad una pioggia torrenziale arrivammo a Feldstetten. Venimmo alloggiati in una baracca adibita a stalle per cavalli, eravamo completamente bagnati e stanchi morti, al buio completo e per conforto un po’ di paglia. Avevo con me una pila meccanica che si accendeva per qualche istante azionando a mano una leva che faceva ruotare un piccolo generatore di corrente, era l’unica fonte di luce in tanto buio. Un sergente italiano, con accento toscano, mi impose di consegnargli la pila ma essendo un oggetto personale mi rifiutai e mi opposi con accanimento, ne nacque un furioso alterco poi il sergente capì che aveva torto e tutto finì.
Eravamo bagnati fino alle ossa e certo non si dormì.
Ricordo che durante la marcia di trasferimento l’acqua era entrata nelle fasce fino dentro alle scarpe sicchè il panno delle fasce si era stretto al punto che mi rovinò la caviglia destra tanto che ancora oggi ne porto i segni.
In questo viaggio avevamo solo lo zainetto con telo da tenda, questo fu un sollievo per il peso ma un dramma perché lo zaino con tutto arrivò sei giorni dopo.


Questo campo in precedenza era stato occupato da truppe tedesche e nel prendere possesso delle baracche lasciate libere dovemmo arrangiarci; ricordo che rovistai sotto ad una tettoia all’aperto, tra le ceneri di un focolare ancora tiepido con la speranza di trovare qualche patata dimenticata, ma invano. Ricordo che dentro ad una baracca trovai una classica pagnotta di pane nero integrale, era letteralmente ricoperto da un dito di muffa, con la baionetta la ripulii e per qualche giorno mangiai in abbondanza, fu una vera manna.
Un giorno un nostro militare subì un furto. Ci perquisirono da cima a fondo, ci allinearono davanti alla baracca con tutto quanto avevamo ben in vista, la refurtiva venne trovata e il colpevole ebbe una dura lezione.
Ricominciò la dura vita dell’addestramento. Ci ridiedero le armi che ci furono tolte dopo l’attentato a Hitler (20 luglio 1944).
Con il mio plotone mi recai a Munzingen distante da Felstetten 21 kilometri per riprendere i fucili per la nostra compagnia. Mi caricarono credo 4 k98 con relative baionette. All’andata ci guidò un sergente tedesco che sbagliò strada facendoci fare 7 chilometri in più. Al ritorno ci guidò sun tenente italiano che non sbagliò strada. Si rientrò al campo alle 2 di notte stanchi e affamati.
Ricordo che durante il viaggio di ritorno percorremmo un tratto di strada tra due campi di grosse rape bianche destinate al pasto degli animali. Più della tentazione potè la fame e ne facemmo un lauto pasto; non erano buone ma con la fame che avevamo!!
Naturalmente facemmo un po’ di sporco lungo la strada e ci prendemmo un forte rimprovero.


L’addestramento riprese con ritmo intenso. Tutti i giorni si facevano manovre con cartucce a salve. La tattica era diversa, a volte una squadra partiva presto al mattino e si nascondeva nella foresta – la Germania è piena di foreste- . Il resto del plotone, partito più tardi, doveva trovarla e catturarla, una specie di lotta antiguerriglia.
Altre volte si facevano perlustrazioni, ci si inoltrava nella selva di Teutoburgo all’intero della quale, fatti pochi metri, vi era il buio completo e non di vedeva il cielo e ci orientavamo con la bussola; alberi fitti e tanti rami secchi, un altro mondo. Eravamo timorosi e ci sentivamo piccoli esseri dominati da un senso di riverenza verso questo ambiente cupo, fosco e tetro. I tedeschi hanno sempre avuto timore e riverenza nei confronti di queste selve tanto che adoravano gli Asi , gli dei della foresta.


Il giorno dopo di ricominciava. Ricordo di avere partecipato a due manovre a fuoco con cartucce vere però non ricordo se furono fatte a Nordlagher o a Feldstetten; forse una in Nordlagher e l’altra nel Baden-Wurtemberg, in una di queste per poco non ci lasciai la pelle. La mia squadra aveva il compito di conquistare una collina occupata dal nemico. L’obbiettivo da conquistare era oltre un avallamento attraversato da una strada. Dopo la preparazione della nostra artiglieria che batteva la zona avversaria, partimmo all’attacco protetti dal fuoco dell’mg che erano alle nostre spalle, tanto che sentivo il sibilo dei proiettili che fischiavano sulle nostre teste. Il tratto di falso piano venne superato in ordine sparso. Mentre alcuni soldati balzavano in avanti altri li proteggevano col fuoco dei fucili sparando sulle sagome poste sulle pendici della collinetta. Sulla mia sinistra, un poco più avanti, avevo un tenete italiano che ci guidava all’attacco e mi esortò a sparare. Sparai con calma mirando alle sagome ma i miei colpi passarono molto vicini al tenente che, infuriato, minacciò di deferirmi alla corte marziale. Mi ricordo che gli risposi “lo ha detto lei di sparare”. Tutto finì in un a bolla di sapone.
Le nostre armi pesanti battevano ancora la collina da raggiungere. Al nostro arrivo sul posto conquistato dovevamo avvisare, con un razzo verde, l’artiglieria che allungasse il tiro. Qualcosa non funzionò nel piano di detta manovra, non lo so, sta di fatto che mentre arrivammo sull’obbiettivo fummo salutati da una salva di batteria che ci scoppiò attorno. Eravamo sotto il fuoco dei nostri cannoni da 75 da montagna. Un colpo esplose a 10 metri sulla mia destra, un altro un po’ più avanti sulla sinistra e altri due alle nostre spalle. Il sergente tedesco che era con noi, dopo il primo scoppio, impallidì e con tutta la forza che aveva in corpo gridò “Zurich Zurich snell snell”, il portaordini si apprestò a lanciare il razzo convenuto ma lo stesso o perché difettoso o per imperizia del portaordini non partì; quei pochi secondi mi parvero una eternità, poi un razzo solco il cielo sulle nostre teste, con un ascia luminosa di colore verde, forse appena in tempo prima che una nuova salva arrivasse tra noi. Mi ricordo che dopo la prima bordata mi rivolsi al tenente, sempre davanti a me sulla sinistra, dicendogli “ ehi signor tenente appena un po' più indietro ed eravamo spacciati”, mi guardò pallido come un lenzuolo e non rispose. Il mio spirito era dettato dall’incoscienza e dall’inconsapevolezza della gravità del momento. Di certo che mi ero calato l’elmetto sulla testa e, tutto rannicchiato, ero diventato piccolo piccolo. La fortuna volle che nessuno rimase ferito, solo paura, tanta paura.


Durante la nostra permanenza a Feldstetten arrivò la notizia che dal campo di Munzingen quattro soldati avevano disertato. Furono ripresi, sembra, verso il confine svizzero e in breve vennero processati dalla corte marziale e condannati a morte.
Il processo si svolse a Munzingen e durò alcuni giorni, ne fui diretto testimone perché secondo gli ordini venuti dall’alto un soldato di ogni plotone doveva assistere. Il caso volle che venisse scelto il mio nome e con altri militari partii da Felstetten a Munzingen, 21 chilometri.
Fu un processo in piena regola. Ricordo che l’avvocato difensore, un noto penalista italiano, si batté con coraggio. La linea della sua difesa era non sono disertori, hanno voluto ritornare in Italia anzitempo spinti dal desiderio di combattere. Era inutile illudersi, era solo una parvenza di legalità, erano già state scavate le fosse prima che iniziasse il processo. Queste esecuzioni dovevano servire da monito a tutti noi che ritornavano in Italia. Fu una scena penosa, ad assistere eravamo in tanti, forse 200, o più, schierati a semicerchio attorno al luogo dell’esecuzione. Alcuni soldati vicino a me piangevano, la tristezza era in tutti noi. Ai condannati venne tolta la divisa militare sostituita da una tuta blu. Uno di loro gridò “Perché ci uccidete?”, un altro gridò “Non voglio morire”. Echeggiarono secchi ordini poi una scarica di fucileria risuonò tristemente nella piccola landa desolata ai margini della foresta. Ad eseguire la condanna furono gli stessi loro compagni d’arme del plotone, chi con il fucile caricato a salve, chi con cartucce vere, così la coscienza era salva. Tutto era finito e con l’animo a pezzi ci incamminammo verso il nostro campo quando quattro colpi di pistola echeggiarono a breve distanza l’uno dall’altro: erano i colpi di grazia che il comandante del plotone di esecuzione doveva sparare ai condannati. Tutto questo ha lasciato un triste solco nella mia memoria.


Finalmente alla sera del 27 ottobre 1944, esattamente dopo sei mesi, ripassammo il valico del Brennero e rientrammo nella nostra bella e cara Italia.
Il viaggio per raggiungere il fronte occidentale Italo-francese fu lungo e travagliato, fortemente ostacolato dalla aviazione nemica incontrastata dominatrice del cielo italiano. Più di un giorno il nostro treno è rimasto nascosto in gallerie per sfuggire agli attacchi aerei nemici.
Il giorno 24 novembre 1944 arrivai con tutta la divisione Littorio nella valle Stura di Demonte in prossimità del confine di stato italo-francese. Mi fermai in un paesino abbandonato dalla popolazione civile, non ricordo il nome forse l’Argentera o Bersezio, so che era vicina al Colle della Maddalena che segna il confine di stato.
Ricordo che nel salire incrociai una squadra di soldati tedeschi che lasciavano la prima linea portando con loro le salme di due caduti; questo era un triste presagio, loro scendevano e noi salivamo verso le alte montagne ricoperte di neve da dove, per sei mesi, ho contrastato gli attacchi dei francesi difendendo i confini italiani,


Il tenore di vita cambiò completamente, ora si faceva sul serio. Non c’era una caserma che poteva ospitarci tutti così ci dividemmo in squadre di dieci uomini e ogni squadra viveva in modo autonomo, sempre agli ordini dei superiori.
Trovai alloggio in una casetta abbandonata forse a Pietraporzio o a Ponte Bernardo ritiravamo i viveri dal magazzino e ci arrangiavamo come si poteva.
La monotonia non era certo di casa anche se nelle retrovie si viveva un po’ più tranquilli, ma non era sempre così. Molte notti si andava di pattuglia in territorio francese, nella cosiddetta terra di nessuno tra il Colle della Maddalena e i nostri avamposti che erano a dodici chilometri in territorio nemico: i famosi forti di Meyronnes. E’ evidente che il nostro comando inviava pattuglie nell’alta valle dell’Ubayette per controllare se vi fossero infiltrazioni nemiche. Tutto poteva succedere, infatti questa vasta zona di notte era assai popolata da noi e dai francesi.
Nel 1994 mi sono recato a Larche e durante la visita ad una piccola mostra di cimeli di guerra ho conosciuto monsieur Pascal Bouchard col quale ho avuto una amichevole conversazione. Questo signore, circa della mia età, era un ufficiale che avevo contro nei giorni di guerra, mi disse: "Ma lei sapeva che aveva contro le truppe marocchine? Una pattuglia di queste truppe vide un soldato isolato e credendo fosse italiano lo sgozzarono secondo la loro usanza, poi si accorsero che era un soldato francese. Noi sapevamo che durante la notte uscivate dal forte di Saint-Ours-Bas per recarvi lungo il greto dell’Ubayette per occupare una posizione strategica per poi tornare, prima dell’alba, nei forti. Dai nostri osservatori vedevamo tutti i vostri movimenti. Quante volte abbiamo visto le vostre pattuglie aggirarsi vicino ai nostri avamposti". Mi chiese se ero un ufficiale, risposi che ero un semplice soldato, un sorriso illuminò il suo severo volto.


Fino al giorno 15 novembre 1944 sono rimasto di riserva nelle immediate retrovie e svolgevo compiti di rincalzo aiutando gli avamposti. Portavo viveri, munizioni e quanto serviva ai soldati in prima linea.
Mi sono recato alcune volte sul colle del Puriac a quota 2506 metri per portare legna e altro ad una squadra che occupava una posizione sotto quota 2860 metri, sul confine tra il colle citato e la cima Tre Vescovi.
Questo percorso era alquanto impegnativo; da quota 1300 si arrivava vicino a quota 3000 con vento gelido, tormente di neve, visibilità scarsa e quanta neve! Le guide civile della valle ci guidavano nelle vicinanze degli avamposti e noi, con il nostro carico, proseguivamo fino alla meta dove lasciavamo il nostro fardello e ritornavamo a valle.


Un giorno nelle retrovie con alcuni soldati facemmo un po’ di tiro a segno, sparando con il fucile ad alcuni bersagli posti su un cumulo di neve. Evidentemente i nostri colpi arrivarono vicino ad alcuni soldati tedeschi perché alcuni di questi arrivarono con le armi in pugno alle nostre spalle e ci intimarono di alzare le mani. Noi rimanemmo di sasso, con una certa difficoltà spiegammo che non sparavamo contro di loro e se questo era successo fu per puro caso. Capirono la nostra buona fede e tutto finì, diciamo che ci andò fatta bene. I miei superiori mi rifilarono cinque giorni di rigore o prigione, che non c’era, e mi tolsero i viveri per detto tempo.

Una notte di luna, con la neve sembrava giorno, durante un turno di guardia riconobbi il sergente che faceva un giro di ispezione e naturalmente non gli intimai l’alt chi va là. Grave errore, mi rifilò cinque giorni di rigore. Altri cinque giorni li rimediai quando, di guardia ad un mucchietto di suppellettili ammucchiate in un cortile davanti ad una abitazione appena vuotata, passarono di lì alcuni soldati italiani e mi chiesero se potevano prendere un grosso paiolo di rame che era tra le altre cose, naturalmente acconsentii. Ahimè era il pezzo più ambito dal sergente il quale quando non trovò più il paiolo mi rifilò altri cinque giorni di prigione, così ne racimolai dieci.
Ero sempre nelle retrovie in valle Stura quando un giorno circolò la voce che i militari che abitavano a nord della linea gotica avrebbero goduto di una licenza. Gaudio!! Mi lasciai andare e bevvi un gavettino di grappa, la sbornia che presi fu solenne. Mi buttarono fuori sulla neve e non so per quanto tempo vi rimasi. Per farla breve ora dopo più di 50 anni non posso sopportare l’odore della grappa.


Nelle retrovie in territorio francese, nel greto del fiume Ubayette vidi una grossa lepre che correva balzando sulla neve, imbracciai il k98 e al volo, al primo colpo, la colpii da una distanza di circa 100 metri. Naturalmente fui festeggiato per la mia mira, la lepre venne portata al comando e a me, come premio, portarono la testa!

Durante uno degli innumerevoli spostamenti (ci facevano sempre muovere perché non diventassimo dei rammolliti) con alcuni soldati della mia squadra trascinavamo sulla neve un piccolo tavolo, con le gambe in su, sul quale, nei momenti di calma, giocavamo a carte. Incrociammo alcuni soldati tedeschi che ci imposero di consegnare loro il tavolo; ne nacque un furioso alterco, loro sbraitavano in tedesco noi naturalmente in italiano, quando un milanese capovolse il tavolo e con mossa veloce vi appoggiò sopra la mitraglia tedesca mg della quale era armato, la caricò mettendo la cartuccia in canna e la puntò verso la pancia dell’esterrefatto tedesco che era dalla parte opposta del tavolino dicendo che il tavolo era il nostro e non l’avremmo mai ceduto. Forse loro non capirono ma il gesto era eloquente. Il tedesco impallidì e con un sorriso forzato borbottò con gli altri che piano piano si allontanarono. Ricordo che con un gesto istintivo imbracciai il fucile e… per fortuna tutto finì così. Contenti e soddisfatti ci avviammo per la nostra strada.
Un mattino ci recammo a Bersezio dove avremmo trovato alcuni muli con i quali saremmo andati a fornire gli avamposti del Puriac. Mi consegnarono un mulo che a me, uomo di pianura, parve grande come un elefante. Lo caricai della soma e la colonna partii ma il mulo non si mosse di un centimetro, cominciai a tirarlo ma senza risultato. Un mio superiore, più pratico di me mi disse: "non devi dimostrargli di aver paura di lui", deciso imbracciai il fucile come fosse una clava e lo calai con forza sul suo posteriore. La risposta fu immediata e repentina; un calcio con le zampe posteriori mi colpì, per fortuna di striscio, al ginocchio sinistro che, indolenzito si gonfiò. Partii ugualmente con la colonna e alla sera, al ritorno, non avevo più nulla!


Il seguente episodio è nato dalla voglia di pescare nel laghetto della Maddalena, a pochi metri dal confine di stato, dove un camerata genovese, che noi chiamavamo "Belin", voleva pescare nel lago. Eravamo nel febbraio del 1945 e il lago era ricoperto di un grosso strato di ghiaccio per cui egli pensò bene di lanciare una bomba a mano che non esplose e pensò di chiedere aiuto al tiratore scelto del plotone. Ricordo che [fui chiamato mentre] stavo dormendo nell’albergo del lago, o meglio in quello che rimaneva, lo scopo era quello di fare esplodere la bomba con un colpo di fucile. Ci provai e al primo colpo la colpii ma questa non esplose, fece un balzo in alto per qualche metro e ricadde sul ghiaccio. Ricordo che sparai col k98 da posizione eretta senza appoggio e di sinistro perché sulla guancia destra avevo un foruncolo che non mi permetteva di collimare il mirino con la tacca di mira. La bomba era tedesca a uovo, senza manico di legno, un sergente di nome Lupo, era il suo vero nome, raccolse la bomba infilando un ramo nell’anello metallico e tra le risa dei presenti rincorreva un suo pari grado che fuggiva terrorizzato.

Il giorno 15 dicembre 1944 partii per il colle del Puriac a quota 2506 per dare il cambio alla squadra che tante volte avevo rifornito e vi rimasi per 30 giorni. Il fortino che mi ospitò non era altro che una piccola spianata lungo il costone a pochi metri dalla cresta che segnava il confine a quota 2670. Protetto da due lamiere i lati, una piccola porta di legno faceva da entrata, il tetto non ricordo di che materiale fosse, la neve ricopriva il tutto l’interno angusto sarà stato di metri 1,5 per 3, corredato da una piccola stufa di ghisa e per giaciglio un tavolaccio di legno appoggiato su alcune pietre. La parete opposta alla porta era la roccia nuda della montagna spesso ghiacciata ed umida; certo era meglio di nulla, era una baracca di fortuna, ma che freddo!!
Questa linea difensiva era formata da due di questi fortini improvvisati distanti tra loro circa 500 metri, sulla linea di confine che dal colle va verso la cima dei tre Vescovi, e due postazioni di mortaio da 81, in tutto circa 25 uomini.
Per raggiungere detto avamposto il viaggio fu movimentato ed avventuroso, eravamo in dicembre e a certe quote di neve c’è tanta neve.
Partimmo da Bersezio al mattino presto e con l’aiuto di guide del luogo attraversammo il piccolo ed abbandonato paese di Ferrere a quota 1869. Verso sera raggiungemmo le casermette dell’Anderplan a ridosso della cima delle Lose a quota 2813 dove pernottammo. Questa casermetta era una piccola costruzione bassa fatta di sassi con un corridoio coperto ma aperto ai lati che divideva due file di piccole camerette corredate di alcune brande. Tutto ciò era servito ai soldati italiani nel 1940. Dopo una notte insonne tra turni di guardia, arrivò il mattino seguente e ci mettemmo in marcia per raggiungere il colle del Puriac, ma dopo pochi metri, su consiglio delle guide, imperversava una tormenta di neve, ritornammo al punto di partenza, dopo due tentativi andati a vuoto, nel terzo, aiutati da una schiarita, riuscimmo dopo 5 ore di marcia, sulla neve alta, tanto che ai piedi dovemmo mettere le racchette, arrivammo ai fortini descritti. Queste due postazioni erano situate in un luogo strategico distavano dalla valle Stura più di 6 ore di marcia erano state allestite su ordine del maggiore Gigliotti comandante del 3° reggimento granatieri con lo scopo di contrastare un eventuale attacco francese che avrebbe preso alle spalle il grosso dello schieramento italo-tedesco attestato tra il Colle della Maddalena e i forti francesi di Meyronnes. Era molto improbabile che i francesi avrebbero attaccato in forze il Colle del Puriac, il terreno era impervio, senza strade, solo miseri sentieri, che erano coperti da metri di neve, ma l’esperienza insegna che non si possono mai contestare al nemico le possibilità più impensate. Qui trascorsi un mese intero tra le alte cime tutto era calmo, troppo calmo, si udiva solo il sibilo del vento, il rumore del ghiaccio che cadeva dalla cima dei Tre Vescovi, il gracchiare dei corvi e il grido delle aquile. Avevamo tanto freddo. Il vento che soffiava impetuoso era molto forte tanto che a volte ti toglieva il respiro. Fare la guardia era il nostro compito, più di un ora non si poteva stare e sempre in due si stava fuori dal rifugio, di giorno e di notte, si che gli altri otto potevano riposarsi sul tavolaccio che non ne conteneva altri. Tutto andò bene, solo nella notte di capodanno (31-12-1944 – 01-01-1945) ci fu l’allarme si vide in lontananza, in territorio francese, una pattuglia nemica che sciando si avvicinava alla nostra postazione. Occupammo i nostri posti di combattimento per accoglierla nei migliori dei modi, ma questa si fermò e si ritirò lentamente. E tutto ritornò normale. Muoversi con tanta neve era da incoscienti.
Una notte la piccola e preziosa stufa non funzionò causa il forte vento e una terribile bufera di neve credemmo di morire congelati. Ma tra tante avversità bisogna dire che nelle giornate di clima buono dalla postazione si godeva un panorama straordinario verso nord oltre la valle Stura, spiccava tra le altre montagne la cima dell’Oronaye 3100 metri verso il versante francese un panorama desolante di rupi valloni, cime scoscese, zone impervie popolate solo da stambecchi, daini e corvi, in lontananza su di una piatta cima sembrava di vedere un forte francese, ma non avendo nessuna carta topografica si lavorava di fantasia. Sulla nostra destra un po’ di spalle si ergeva vicinissima la cima dell’Enchastraye 2995 metri che segnavano il confine di stato. Le notti stellate erano una meraviglia, la visibilità era perfetta, miriadi di stelle grandi e piccole coprivano la volta celeste, anche le nebulose erano visibili e mi sentivo piccolo piccolo oppresso da tanta bellezza. Un mattino mi stavo recando all’altro avamposto distante 500 metri circa, fatti pochi metri sulla pista lungo il pendio mi sentii mancare il sentiero battuto sotto i piedi scivolai lungo il ripido vallone che finiva a valle, mi ancorai al fucile che piantai nella neve e mi fermai a metà corsa, cosa era successo? Durante la notte il forte vento aveva spazzato via la neve sotto il sottile strato di ghiaccio che copriva la traccia, si che tutto sembrava normale ma sotto vi era il vuoto. Finalmente il giorno 16-01-1945 altri camerati ci diedero il cambio. Durante il viaggio di ritorno a Bersezio lungo il vallone dei Puriac sentiamo delle grida di soccorso nel versante opposto al nostro scorsi una figura umana semi sepolta dalla neve che gridava aiuto! Lasciammo i nostri zaini e ci lasciammo scivolare lungo il pendio per raggiungere gli sventurati, fatti pochi metri sentii un cupo boato alla spalle, con il nostro peso (eravamo in 7 soldati) avevamo spostato un enorme tratto di neve verso valle e stavamo provocando una slavina, grave pericolo, ma tutto si fermò dopo pochi metri. Erano soldati Italiani che per prendere una scorciatoia si erano avventurati fuori pista scendendo in un canalone che finiva a fondo valle. Risultato, un militare aveva le gambe spezzate un altro era interamente sepolto privo di vita tanto che lo individuai da un guanto che affiorava dalla neve, tolto il guanto vidi la mano in un disperato cenno di aiuto. La slavina che, con il loro peso, avevano provocato li aveva violentemente sbattuti contro le rocce che affioravano lungo il canalone. Per questo mi venne conferito un encomio solenne firmato dal generale Tito Agosti comandante della divisione “Littorio” che mi venne consegnato il 21-01-1945 in una modesta cerimonia. Il giorno stesso partii per l’albergo del lago, era diroccato e si dormiva sulla paglia e sotto vi era ghiaccio, chiamalo albergo! Vi rimasi per circa due mesi. In questo tempo andavo di pattuglia e, a volte, rifornivo i fortini francesi occupati dalle nostre truppe detti della linea Meyronnes. Erano 4: il primo era una postazione improvvisata tra il paese di Meyronnes, il secondo detto di S.Ours-Bas, il terzo detto Roche-La-Croix e abbarbicato su uno sperone di roccia sulla sinistra della camionabile il quarto detto S.Ours-Alto era sulla destra vicino al paese di S.Ours. questi tre “ouvrage”, ancora esistenti, fanno parte della linea francese Maginot-Des-Alpes- furono costruiti nel 1936 e senza risparmio. Diciamo che per raggiungerli si partiva all’imbrunire dopo una marcia di 15 Km si raggiungeva il secondo il più vicino e il più basso era situato in fondo valle a 100 metri dalla strada nazionale si viaggiava solo di notte di giorno i francesi dai loro osservatori posti in alto controllavano tutta la valle e ci elargivano con tanta abbondanza le cannonate, e si rientrava in territorio italiano prima dell’alba se così si evitavano le cannonate bisognava fare molta attenzione alle mine disseminate un po’ ovunque. Il giorno 17-03-1945 fui destinato al secondo forte, partii come sempre alla sera per arrivare sul posto prima dell’alba del 18-03-1945. Il bunker numero 2 è tutto sotterraneo solo 5 torrette affioravano dal terreno, è situato a pochi metri dalla strada statale, tutto costruito in cemento armato e acciaio con piccolo, avvolte angusti, compartimenti però confortevole, vi era un impianto elettrico, trasformatori, generatori di corrente, un impianto di areazione, una cucina, impianti igienici e camerette per dormire, una per gli ufficiali e le altre per la truppa. Ubicato su 2 piani interrati comunicanti da una scaletta a chiocciola,il piano superiore accoglieva i soldati in servizio e quello inferiore i servizi. Conteneva da 20 a 30 uomini, vi era un locale di ritrovo più grande corredato da una piccola stufa a legna che emanava un po’ di tepore indispensabile per vivere. Il buio imperava ovunque la poca luce era data dalle scarse candele, molto ricercate e rare lampade da petrolio, che rendevano l’aria irrespirabile. Le 5 torrette erano adibite a posti di guardia, per salire nelle torrette e osservare l’esterno attraverso le feritoie, vi erano sistemi di sollevamento elettrici che naturalmente non funzionavano, si usavano scalette a pioli attaccate all’interno della torretta, e si sedeva su una comoda piattaforma in cima ad un tubo telescopico sempre fermo in alto. Cosa dire ancora era molto sicuro e confortevole una volta entrati si stava tranquilli e sicuri, aveva un solo difetto, essendo francese, aveva la parte meno protetta verso la Francia. I turni di guardia erano moderati dal mio orologio da polso appeso a una parete a diposizione di tutti Italiani e Tedeschi, i militari tedeschi erano pochi, due sottoufficiali uno si chiamava Kleisman, gli altri erano italiani della 1° cop. 1° plot. 3° regg. Granatieri divisione “Littorio”. La descrizione del forte è assai dettagliata perché nel 1996 sono riuscito a visitarlo interamente su permesso del sindaco di Meyronnes M. Jacque-Jean dopo avere fatto una donazione al nascente museo de la valle e dell’Ubayette che verrà allestita dentro allo stesso forte. Ma ritorniamo al periodo bellico. Qui si riprese il ritmo della prima linea; di giorno estenuanti ed interminabili ore di guardia nell’interno di una torretta si dovevano contare i colpi di cannone che senza parsimonia arrivavano nei distorni del forte. Ricordo che il sergente Kleisman facendo capolino sotto alla scaletta mi urlava: “Wieviel schutz?” di rimando rispondevo: “Zwei und zwanzig” oppure un altro numero corrispondente alle cannonate arrivate. Questo accadeva durante il giorno, alla sera, tutte le sere, con il favore delle tenebre, una pattuglia si recava lungo il greto dell’Ubayette per occupare una postazione strategica per evitare infiltrazioni nemiche. Prima dell’alba si rientrava nel forte, senza prima aver sistemato una bomba a mano alla specie di porta di legno che chiudeva il piccolo avamposto. Il giorno 19-04-1945 ebbi il cambio, lasciai il forte per raggiungere le retrovie in territorio italiano. Ebbi come sempre fortuna perché nella notte del 20-21 aprile i francesi attaccarono la linea dei forti di Meyronnes con notevoli forze. Il forte n. 4 di Sours-alto venne conquistato per primo anche perché la guarnigione italo-tedesca che lo occupava lo abbandonò durante la notte tra il 22-23 aprile ritirandosi in Italia dopo una lunga marcia. Il forte n. 3 Roche-la-Croix, dopo un giorno di dura lotta che costò la vita di alcuni militari di ambo le parti, venne occupato dai francesi il giorno 22 aprile. Il forte n. 2, che occupavo fino a due giorni prima, resisteva inopinatamente: è quanto risulta dal libro francese La Bataille-des-Alpes di Henry Beraud. Poi due soldati italiani, usciti per riparare la linea telefonica prima dell'attacco francese, vennero fatti prigionieri e fecero da parlamentari con la guarnigione ancora rinchiusa nel forte: questa, vista l'impossibilità di continuare la lotta, si arrese. I francesi si meravigliarono vedendo uscire una manciata di uomini; credevano che all'interno vi fosse un numero molto superiore di militari. La mia permanenza nelle retrovie fu molto breve: alla sera del 21 aprile partimmo dall'Argentera con una nutrita pattuglia, 30 o più uomini con 2 o 3 muli che portavano un mortaio e relative munizioni. Ci dirigemmo verso Garche, credo alle Ferme-de-Colomber che si trova a nord di Garche, sulle pendici che vanno al Col-de-Malmort, di sicuro eravamo nella zona di attacco delle truppe francesi. Sembra che lo scopo fosse quello di rendere inutilizzabili i cannoni di una nostra batteria colà schierata. Il viaggio di andata andò bene, nel silenzio della notte raggiungemmo la batteria, togliemmo gli otturatori e ritornammo sui nostri passi, ma qui iniziarono i nostri guai. L'ordine era di rientrare nelle nostre linee prima dell'alba, altrimenti saremmo stati avvistati dal nemico con le conseguenze prevedibili. Eravamo già nelle vicinanze delle nostre linee, quando il fronte si animò; chi fu ad iniziare non lo saprò mai ma su di noi arrivò il finimondo: alcuni colpi di artiglieria o di mortaio esplosero tra noi, schegge incandescenti volavano nella notte come fuochi artificiali, alcuni soldati sono rimasti feriti, vicino a me vi era un ufficiale: aveva l'accento toscano e rimase ferito ad un fianco e sentivo che si lamentava. Poi tutto si calmò e alquanto malconci ricominciammo la marcia di ripiegamento. Già albeggiava, le nostre linee si avvicinavano sempre più, so che per primo attraversai la strada asfaltata perché temevamo fosse minata: fui un temerario? Non credo perché sull'asfalto si vede se vi è stata messa una mina, però quelli dietro cercavano di mettere i loro piedi dove avevo appoggiato i miei. Quasi sul confine venimmo attaccati da due aerei "cobra" che ci mitragliarono e ci lanciarono due bombe: una esplose con immenso fragore, l'altra cadde in un tratto di terreno molle e non esplose ma ricoprì di fango quel militare detto "Belin" che sbraitando come un ossesso cercava di togliersi il fango di dosso. "Ti è andata fatta bene" gli dissi in dialetto bolognese. Forse non capì, però non dimenticherò mai quel momento perché vidi la bomba che ci cadeva addosso ed istintivamente mi calai l'elmetto in testa con una mossa disperata: forse rimasero fuori solo i talloni!! Diciamo che è andata fatta bene pure a me. Eravamo già sul confine nelle vicinanze della caserma della dogana, di fianco al laghetto, però l'artiglieria nemica non ci lasciò un istante e ci riparammo alle pendici del monte "Ventasuso" e dal nostro riparo vedevamo esplodere i colpi nelle vicinanze di quanto era rimasto del così detto "Albero del lago". I militari italiani che erano in quella zona correvano chi a destra chi a sinistra per cercare riparo. Certo noi al riparo del monte non potevamo rimanerci fino a sera: dopo un breve consulto decidemmo di raggiungere le retrovie. Ma come? Isolatamente! Partì il primo e raggiunse il sicuro senza conseguenze favorito dal fattore sorpresa. Ma gli altri? Poi partì il secondo e così via tutti gli altri: quando toccò a me feci una corsa veloce come mi consentì il peso delle armi che portavo. Avevo il fucile e due cassette portamunizioni per mg; l'elmetto che indossavo mi sbatteva sul naso, sicché per alcuni giorni portai un vistoso cerotto che mi copriva la ferita rimediata. Appena arrivato all'Argentera fui convocato dal capitano Di Castro che mi ordinò, con alcuni camerati, di recarmi sul monte "Ventasuso" dove avrei trovato una nostra postazione e avremmo dovuto contrastare un eventuale attacco francese. Era il 22 aprile 1945. Ricordo che feci notare al capitano che eravamo armati del solo fucile. Rispose: "Se necessario usate anche le baionette come hanno fatto i nostri soldati a Giababub". In cima trovammo la postazione citata, era occupata da alcuni militari della nostra Compagnia. Arrivammo sul posto verso sera, stanchi morti, disponemmo i turni di guardia e ci buttammo sui miseri giacigli. Era un piccolo rifugio sotto cresta a pochi metri dalla cima, scavato nella montagna, per tetto alcuni tronchi d'albero e a pochi metri da noi vi era una postazione tedesca di mg. Durante la notte venimmo svegliati da forti sibili; erano proiettili di artiglieria francesi che, sparati da non so dove, passavano sulla cresta della montagna e sulle nostre teste e con forte fragore esplodevano nelle retrovie, a Le Grange o ancora più giù. Notare che mai il nemico aveva sparato di notte, questo fatto era preludio di un attacco in grande. Per tutta la notte il fuoco nemico continuò; per fortuna che i colpi screstavano, altrimenti ci saremmo trovati sotto il tiro diretto. All'alba il fuoco cessò; era il 23 aprile quando una "cicogna", un piccolo aereo alleato che penso avesse il compito di dirigere i colpi di artiglieria, volteggiò sul nostro piccolo rifugio. Non era molto lontano, penso circa 200 metri, e con il forte vento contro sembrava fermo: era un bersaglio invitante. Gli sparai un caricatore con il fucile Mauser k 98 e forse lo colpii perché il motore cominciò a perdere colpi e con una virata si diresse verso il territorio francese scomparendo alla nostra vista. Rimasi sul "Ventasuso" fino a mezzogiorno poi, non avendo nessuna risposta per telefono con il nostro Comando, decidemmo, dopo un consulto con i nostri superiori, di recarci personalmente al Comando. Con rischio scendemmo a valle, ma con grande sorpresa il Comando non c'era più. Solo case distrutte, buche di bombe ovunque e soldati italiani che caricavano quanto era rimasto nei magazzini semidistrutti: un movimento insolito regnava nel paese: tutti si ritiravano lungo la valle Stura verso Demonte e San Dalmazzo-Cuneo. Cosa dire: penso che la nostra decisione di scendere dal "Ventasuso" fu provvidenziale, così ci unimmo alla marea di soldati che mestamente scendevano dai monti verso il piano.



In un certo punto, dopo le "barricate", la valle si allarga e vedemmo sulle montagne circostanti uomini armati: erano "partigiani" mai visti prima, che ci controllavano dall'alto. Ricordo che tutto si fermò: cosa era successo? Dalle informazioni trapelate sembra che i nostri comandanti trattassero con gli Alleati o con il comando dei partigiani le clausole della nostra resa. Vi furono momenti di tensione, noi eravamo armati ma che senso aveva combattere ancora? Avevamo difeso con onore i nostri confini dal nemico che entrò in Italia solo quando un assurdo ordine ci fece ritirare dalle nostre postazioni. Ora tutto era finito. Evidentemente l'accordo ci fu perché proseguimmo senza intoppi. Ricordo che mi fermai davanti ad una casetta ai lati della strada chiedendo agli abitanti se volevano delle scatolette di carne: nessuno si mosse. Scaricammo una cassa di legno piena di grosse scatolette di carne e con diffidenza uscirono ed esaminarono il contenuto: forse volevano ringraziarci ma noi eravamo oltre. Non si sentivano più spari, tutto era finito almeno così sembrava. A Borgo San Dalmazzo, nella caserma degli alpini, ci disarmarono. Buttai il mio k 98 su un mucchio di armi e la mia divisa, che per tanti mesi avevo indossato con orgoglio, fu buttata come uno straccio su un mucchio di altre uniformi: mi diedero una camicia e pantaloni colore cachi, forse materiale americano. Credo di essere stato rinchiuso nella caserma uno o due giorni: vi erano soldati di tutte le razze. Il primo che vidi aveva sulla manica sinistra un pezzo di stoffa con scritto "Cile". Altri erano americani, partigiani ed alcuni francesi che, dopo il nostro ritiro, erano entrati in Italia. Ho appreso che non sono andati oltre Cuneo, secondo il trattato di pace sono stati rispediti dagli Alleati entro i loro confini pochi giorni dopo.

Il giorno 26 aprile 1945 mi venne consegnato un documento, che ancora posseggo, redatto in questo modo; 1a Div. Alpina "Giustizia e Libertà" Comando di Borgo San Dalmazzo, il soldato Monteguti Franco appartenente 1a Compagnia 3° Reggimento Divisione "Littorio" di stanza a Maddalena, si è presentato a questo Comando il 26 aprile 1945. Non avendo riscontrato nulla a suo carico viene mandato in licenza a Bologna. Firmato e timbrato Comandante Di Piazza.

Ma i guai non erano terminati: prima combattevo un nemico che avevo di fronte ed ero armato. Ora ero disarmato e alla mercé del vincitore. Lasciato libero mi diressi verso la stazione di Borgo, ma fui fermato da un partigiano armato di mitra: gli feci vedere il documento e visto che mi dirigevo a Bologna mi ordinò di consegnargli gli scarponi da "Jager" che indossavo. A malincuore mi separai da loro ed in cambio mi diede un paio malconcio di scarpe militari con le quali arrivai a casa. Raggiunta la stazione salii sul primo treno in partenza; allora trovare un treno che funzionava era una fortuna. Era strapieno di soldati, tanto che molti salirono sui tetti delle carrozze. Quanto durò il viaggio non ricordo ma arrivai a Torino, scesi in attesa del prossimo diretto ad Alessandria, mi recai al parco del Valentino e mi sdraiai sull'erba. Ero molto stanco: da quanto non dormivo! Il risveglio fu brusco: mi sentii sferrare un calcio, sopra di me vidi due individui armati di mitra che mi chiesero i documenti; gli mostrai il pass che avevo, lo esaminarono e mi dissero "Questo è falso vieni con noi che ti dobbiamo fucilare". Incredulo ed incosciente li seguii; ci incamminammo vero il Po che scorreva li a fianco, da dove si udivano scariche di mitra. Dopo avere percorso una decina di metri uno di loro mi disse "Hai la faccia di un ragazzo perbene", e mi lasciarono libero. Pensai di essere stato fortunato, molto fortunato: allora si poteva essere uccisi per poco. Più tardi dalla stazione di Porta Nuova, presi il treno per Alessandria. Arrivati in stazione il treno fu circondato dai partigiani: ora se ne trovavano ovunque, durante la guerra mai visto uno. Venimmo rastrellati e rinchiusi nel cortile di una vecchia scuola dove rimanemmo per un paio di giorni: è dura dormire sui marciapiedi con quelle poche cose che avevamo indosso! Poi i capi ci passarono al vaglio: i partigiani ci promettevano torture ma poi fortunatamente ci lasciarono liberi. Ripresi la via per Piacenza passando sempre a piedi per Tortona e Voghera: quanto tempo viaggiai non ricordo, ma quanti chilometri a piedi!! Si mangiava quel poco che ci era rimasto, si dormiva dove si poteva, sotto porticati, cortili, dentro a stalle abbandonate: non si incontrava anima viva, un deserto, la gente paurosa rimaneva tappata in casa, circolava solo odio e sete di vendetta. A Castel San Giovanni un calesse ci sorpassò, scesero due uomini armati, uno di mitra, l'altro forse un ex ufficiale dell'esercito aveva in mano una Colt 45 americana: ci fermarono, ero in compagnia di un mio commilitone di Piacenza, chiesero i documenti che prontamente mostrammo, li esaminarono, e pure loro ci dissero che erano falsi. Mi chiesero cosa portavo nello zainetto che avevo sulle spalle, scherzosamente dissi che avevo delle bombe a mano, l'ufficiale che aveva sempre la Colt puntata su di me disse "Questo non è il momento di scherzare" e bonariamente dopo aver controllato ci disse "Avete la faccia di gente pulita e per bene" e ci consigliò indicandoci un caseggiato vicino "Vedete quella stalla, fermateci e rimaneteci per qualche giorno, sono brutti momenti questi per viaggiare in Italia". Queste parole le ho sempre ricordate come un consiglio paterno. Ci fermammo per qualche ora, ma il richiamo di casa nostra, lasciata un anno prima, era molto forte e ripartimmo. Percorremmo ancora 30 chilometri e arrivammo nelle vicinanze di Piacenza: dopo un breve saluto lasciai il mio amico, del quale non ho più avuto notizia, e mi avviai verso Bologna. La fortuna che non mi aveva mai abbandonato, ancora una volta mi aiutò. Trovai ferma in una piazzetta un'autocolonna americana. Chiesi dove fossero diretti, un militare mi rispose "Bologna". Allora non conoscevo una parola d'inglese, ma con grande sorpresa mi fecero capire che se volevo salire su un camion avevo il loro permesso: non mi pareva vero, con un balzo fui sopra ad un Dodge e dopo poche ore ero nelle vicinanze di casa mia. Ricordo che attraversammo il Po su di un ponte di barche allestito dagli Alleati, il ponte vero era stato distrutto dai tedeschi in fuga. Pure il ponte sul fiume Reno, nelle vicinanze di Bologna, era stato distrutto. Gli Alleati ne avevano costruito un altro di fortuna sul quale transitavano camion, carri armati, e truppe anglo-americane dirette al nord. Una grande confusione regnava sulle due sponde. Dal fiume Reno a casa mia vi sono circa due chilometri, due chilometri di distruzione. Ai lati della via Emilia cumuli di macerie, case sventrate, automezzi militari distrutti, un intenso via vai di truppe che marciavano ai lati della strada tra un polverone sollevato dagli automezzi militari in movimento. E la mia casa? Il cuore mi batteva fortemente, il momento era solenne. Da non lontano vidi che la mia casa era ancora intatta, un grande sollievo mi rincuorò, voltai l'angolo e vidi mia madre alla finestra: lanciai un urlo di gioia. Era il 10 maggio 1945. Fu senza dubbio il più bel giorno della mia vita.


Queste sono le mie memorie, un po’ sbiadite, della mia vita militare: tutto quello che ho scritto è vero, nulla d'inventato o esaltato. Dimenticanze molte, ma ciò è dovuto alla lontananza dei fatti. Perché ho militato nella R.S.I.? A 18 anni non si è maturi per prendere decisioni così importanti. Diciamo che è prevalso il senso del dovere. L'Italia mi ha chiamato, sono andato, penso di avere fatto il mio dovere d'Italiano.

Bologna, dicembre 1996   firmato Franco Monteguti



29 marzo 1944 Presentato di leva al Distretto Militare

8 aprile Partito per novara

22 aprile a Bologna in licenza

27 aprile partito per la Germania

30 aprile arrivato a nord Lager Westfalia

28 giugno partito per Elsenberg

26 luglio ritornato a nord Lager

1 settembre partito per Feld Stetten

27 ottobre partito per l'Italia

24 novembre arrivato Colle Maddalena-Larche-Francia

15 dicembre partito per il Colle del Pouriac

16 gennaio 1945 lasciato detto colle

16 gennaio arrivato al forte S. Ours-Bas

18 marzo lasciato detto forte

19 aprile mi hanno consegnato encomio solenne

21 aprile di pattuglia per recupero cannoni

22 aprile arrivato sul monte Ventasuso

24 aprile la Divisione "Littorio" si ritira verso Cuneo

25 aprile arrivato a Borgo San Dalmazzo

26 aprile avuto lasciapassare per ritorno a casa

10 maggio arrivato a Bologna

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Crediti

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